Dopo 30 anni Abbatino torna Abbatino. Revocati i benefici come collaboratore al “Freddo”

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di Beatrice Nencha

Maurizio Abbatino da oggi torna Maurizio Abbatino anche per l’anagrafe. E forse smetterà di curarsi, perché per lui è più pericoloso portare in giro il suo nome. Le lancette del suo orologio sono tornate indietro di oltre trent’anni. Dopo la sentenza emessa due giorni fa dal Tar del Lazio,, che ha respinto il ricorso proposto dal suo legale Alessandro Capogrossi di prorogare le speciali misure di protezione al collaboratore di giustizia, ritenuto uno degli ultimi capi storici della Banda della Magliana. Organizzazione criminale tra le più pericolose e ramificate della capitale, a cui diede il colpo di grazia con le sue dichiarazioni, rese a metà degli anni ’90 davanti all’allora giudice istruttore Otello Lupacchini, oggi divenuto procuratore generale di Catanzaro.

Dunque, è stato confermato il provvedimento con il quale la Commissione Centrale presso il Ministero dell’Interno ha revocato il “Freddo” dal programma di protezione, incluso l’uso della sua identità di copertura. Una misura a costo zero per lo Stato, la cui revoca ha oggi il sapore di una beffa e di una paradossale rivincita dei suoi ex “sodali”. Molti dei quali sono finiti in carcere proprio a seguito delle sue dichiarazioni, tra cui l’ex Nar Massimo Carminati. Chiamato in correità per una serie di episodi gravissimi, da cui alla fine il Nero verrà prosciolto, come l’omicidio del giornalista Mino Pecorelli e il depistaggio per la strage alla stazione di Bologna del 2 agosto 1980. Ma sarà condannato per un altro episodio eclatante: il furto al caveau della Banca di Roma all’interno del Palazzo di giustizia di piazzale Clodio, da dove il 16 luglio del 1999 furono prelevati documenti riservatissimi e contanti da 147 cassette di sicurezza appartenenti per lo più a magistrati e avvocati.

“Malato da trent’anni, Abbatino è un sopravvissuto a se stesso e dio solo sa come fa ancora ad essere vivo. Anni fa anni fa aveva chiesto di poter uscire, dopo aver presentato un progetto di reinserimento, anche perché ha un ulteriore e non piccolo handicap: quello di essere ancora agli arresti domiciliari fino al 2032. Dal 1992 quando è stato arrestato, Abbatino è l’unico che sta scontando la pena per associazione mafiosa, pur avendola fatta smantellare, perché a differenza degli altri, non ha fatto Appello. Come se la Banda della Magliana, alla fine, fosse composta da un unico esponente. Da allora, Abbatino ha sempre scontato la pena a casa, ma in quanto malato cronico l’avrebbe trascorsa ai domiciliari lo stesso, anche se non si fosse mai pentito. Alla fine non gli sarebbe  nemmeno convenuto pentirsi, visti i risultati” ragionavano alcune toghe già un anno fa, quando la decisione della revoca dal programma di protezione era “nell’aria”. E se ne discuteva, sottovoce, nei corridoi di piazzale Clodio. Quegli stessi corridoi molto frequentati negli anni ’80 e ’90 dai capi storici della Magliana, che all’epoca riuscivano ad entrare e a far omaggiare magistrati  e cancellieri infedeli con pellicce, gioielli, oggetti di antiquariato. Una serie di episodi, dai risvolti penali e non, tutti annotati da Abbatino.

Ma è utile anche rievocare gli step – e soprattutto la tempistica, non felicissima per l’immagine che ne esce del “sistema giustizia” – di quella che si annuncia una revoca tra le più controverse, e suscettibili di lasciare un segno indelebilmente negativo su chi, un domani, sarà mai sfiorato dal pensiero di pentirsi. Perché quello Stato, che trent’anni fa si è impegnato a proteggere il reo confesso Maurizio Abbatino, è lo stesso che oggi abbandona alla sua sorte un collaboratore di giustizia prezioso, quando ormai è vecchio e malato e privo di un sostegno autonomo. E quasi con ironia, lo sollecita a reintegrarsi e a trovarsi un impiego nella società civile. E’ lo Stato ad aver ritrattato la parola messa per iscritto, revocandogli non solo la scorta ma anche il beneficio, a costo zero ma per lui vitale, del nome di copertura.

“Nel giugno 2013 chiesero il parere alla Procura della Repubblica di Roma e alla Dda, il problema è innanzitutto della Dda che dovrebbe coordinare le indagini, che dovrebbe avere una conoscenza della condizione criminale di tutta Italia, quali processi nascono, etc. La Dda dà parere favorevole all’estromissione dalla prevenzione, ma non inserisce la speciale liquidazione per esigenze speciali, la formula che di solito si usa in questi casi – ci spiega una fonte che si è occupata della vicenda – e anche il procuratore generale di Roma firma, con la stessa formula della Dda. Passano 11 mesi dal parere di Pignatone e 18 mesi dal parere della Dda quando – la settimana dopo l’esecuzione delle misure cautelari di Mafia capitale – Abbatino viene sbattuto fuori. Le misure sono del 2 dicembre 2014. La Commissione presso il Ministero, composta da un sottosegretario, due magistrati, dai rappresentanti delle forze di polizia delibera l’estromissione di Abbatino l’11 dicembre. A marzo hanno comunicato la decisione al Servizio centrale di protezione e, dopo che era scoppiata Mafia capitale e sei giorni dopo l’intervista al Tempo dell’avvocato Naso (legale di Carminati) in cui diceva che Abbatino era stata la causa di tutti i mali, gli comunicano che sarà revocato”. Abbatino fa subito ricorso al Tar e chiede la sospensiva, il 29 luglio viene rigettata la sospensiva. “Tutto si ferma ancora per un paio di mesi, dopo di ché gli comunicano che il 31 ottobre sarà estromesso dal programma e dai suoi benefici. Dovrà uscire allo scoperto, tornare a utilizzare il suo nome, fuori dal luogo di protezione dove è vissuto sino ad oggi.  Tutto questo parte a 5 giorni dall’inizio del processo Mafia capitale. Un pessimo segnale, con una tempistica sciagurata, inviato a tutti. E i risultati si sono visti in Aula, dove i testi chiamati a deporre dalla Procura di Roma, alla fine hanno ritrattato tutto”.

Il riferimento della fonte è alle dichiarazioni, fatte mettere a verbale da Carminati il 3 aprile 2017 nel corso della sua difesa al processo “Mafia Capitale” a Rebibbia, in cui indica proprio nel legale Capogrossi e nel suo cliente (Abbatino), i presunti mandanti di un complotto ordito ai suoi danni. “Grilli mi chiamò in causa perché il suo avvocato, che è l’avvocato di Abbatino, gli suggerisce di farlo. Grilli mi chiama nel dodicesimo verbale di interrogatorio, due anni dopo i fatti, e io chiedo oggi al tribunale di approfondire se questa circostanza riferita da Grilli – ovvero che fu l’avvocato di Abbatino a suggerirgli di chiamarmi in questa vicenda della droga – sia vera. Investirò anche il mio avvocato di questo”.

Roberto Grilli, lo skkiper arrestato con 500 chili di cocaina e uno dei super testimoni dell’inchiesta, aveva coinvolto Carminati in un traffico di stupefacenti nell’interrogatorio reso davanti al pubblico ministero Giuseppe Cascini il 17 dicembre 2014. Chiamato a testimoniare nell’Aula bunker di Rebibbia,sorprendentemente ritratta tutto davanti al tribunale: “Purtroppo ho dato retta al mio legale del tempo, che ha orchestrato tutto per farmi avere una protezione e me ne vergogno profondamente (..) ”. “Lei ha paura di subire delle ritorsioni da Carminati o da Brugia per le sue dichiarazioni?” sono stati costretti a chiedere i pm in Aula. Dopo aver fatto ascoltare anche un audio, registrato di nascosto all’insaputa del teste, il cui contenuto è altrettanto inquietante. Un audio in cui i carabinieri del Ros chiedono a Grilli, prima della sua testimonianza in Aula, se ha ricevuto minacce direttamente o indirettamente da Carminati e lui risponde: “No. Ma non serve. Io so di chi stiamo parlando. Il mio profilo basso fino adesso mi ha garantito di stare in vita a Roma. Adesso, dopo questa cosa (la scelta di farlo testimoniare in aula ndr), non so’ più garantito con nulla. Se dovessi testimoniare, durerò due settimane..”. Quanto potrà durare, a questo punto, chi non ha mai ritrattato nulla, come Maurizio Abbatino?

 

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