Mafia Capitale, parte l’Appello. In aula anche Brugia

2017-03-30_145423di Beatrice Nencha

Che tipo di processo sarà l’Appello di “Mafia Capitale”? Certamente, quello che si celebrerà dal 6 marzo davanti alla III corte d'Appello presieduta da Claudio Tortora, sarà un dibattimento tutto da (ri)scoprire. A partire dalla richiesta di riapertura del dibattimento per sentire nuovi testi, avanzata da tutte le difese. Così come dalla mossa a sorpresa degli avvocati di Salvatore Buzzi che, vista l’impossibilità di ottenere per il loro assistito la presenza in Aula anziché in videoconferenza (“nonostante sia caduta l’associazione mafiosa e non esista più norma che lo vieti”), hanno anticipato l’intenzione, stamattina, di farlo ritirare dal processo. Ovvero, la scelta difensiva di non
farlo più intervenire direttamente, a differenza di quanto avvenne nel primo grado dove furono una cinquantina le sue dichiarazioni spontanee, per eccepire in Cassazione la violazione del diritto alla difesa.

Questa mattina, dal carcere di Tolmezzo dove è recluso (“ai confini dell’Impero” come
ironizza il suo legale Alessandro Diddi), l’ex patron della 29 Giugno non si è presentato e il collegamento è stato subito interrotto. Stessa richiesta, in Aula, è stata avanzata dai legali di Massimo Carminati (a sorpresa trasferito nel carcere milanese di Opera) Giosuè e Ippolita Naso.
Istanza rigettata per entrambe le difese dalla Corte dopo un’ora di sospensione in camera di consiglio.
A sostenere l’accusa, di nuovo nell’Aula bunker di Rebibbia, ci saranno il sostituto procuratore generale Pietro Catalani, affiancato dal pm del primo grado Luca Tescaroli e da Giuseppe Cascini. Per la Procura generale, si riparte dalle stesse premesse: la riconferma del 416 bis per i 17, tra i 46 imputati, a cui era stata originariamente contestata l’associazione mafiosa. Ma il dubbio, condiviso a denti stretti da alcuni magistrati, riguarda proprio il cuore dell’inchiesta “Terra di mezzo” che – a
partire dai primi clamorosi arresti del 2 dicembre 2014 – terremotò la capitale, portando in carcere politici, imprenditori, pubblici ufficiali. Accusati di fare parte di un’associazione mafiosa capeggiata dal “nero” Massimo Carminati e dall’imprenditore “rosso” Buzzi. Al centro delle 230 udienze celebrate in primo grado, il famigerato articolo 416 bis. Reato pesantissimo, fatto cadere il 20 luglio 2017 dalla sentenza emessa dai giudici della X Sezione penale di Roma, che hanno “scardinato” l’associazione mafiosa in due distinte associazioni a delinquere “ordinarie”. Una finalizzata alla commissione di reati tipicamente da strada come l’usura e le estorsioni (l’associazione cosiddetta “del benzinaio”, dalla pompa di benzina di Corso Francia dove i presunti sodali del Nero si riunivano); l’altra, rappresentata dai vertici della coop 29 Giugno e da colletti
bianchi, orientata ad accaparrarsi appalti della Pubblica amministrazione tramite sistematiche corruzioni e turbative d’asta. “Ritiene dunque il tribunale che i due mondi – quello del recupero crediti e quello degli appalti pubblici – siano nati separatamente e separati siano rimasti, quanto a condotte poste in essere e a consapevolezza soggettiva dell’agire comune”.

Dei 500 anni di carcere richiesti complessivamente dalla Procura di Roma in primo grado, il tribunale ne ha comminati 250, di fatto dimezzandoli. E con il venire meno del 416 bis, a detta del collegio giudicante anche per la debolezza della “carica intimidatrice nascente dal vincolo associativo” – quella “riserva di violenza” che i magistrati dell’Appello definiscono, nel loro ricorso di 62 pagine, “una violenza trattenuta e potenziale, come una malattia in incubazione” – qualcosa pare destinato a cambiare. Anche sulla scia della critica per l’eccessivo risalto mediatico dell’arresto di
Carminati, avanzata lo scorso ottobre dal capo dell’Antimafia milanese Ilda Boccassini. “Cautela” è la parola d’ordine. Una realpolitik, condivisa da più di una toga: “Se in Appello riesci a ottenere il bis, le pene sono adeguate. Se riproponi delle pene mostruose e perdi, il rischio è una sconfitta su tutto il fronte. E se perdi, la sberla è doppia e te la ricordi per sempre”.

In quest’ottica, non rappresenta un buon segnale, alla vigilia dell’Appello, la concessione degli arresti domiciliari disposta dal tribunale del Riesame nei confronti dell’ex Nar Riccardo Brugia, condannato in primo grado a 11 anni. “Adesso come si comporteranno i testi che già hanno provato a ritrattare quando gli imputati erano detenuti, sapendo che alcuni dei loro accusati sono già fuori dal carcere?”. Una domanda lecita, il cui fondamento si accerterà soltanto in Aula. Preoccupazione condivisa dal pm storico del processo, Luca Tescaroli, espresse nel rigettare le istanze presentate dai loro difensori:
“Buzzi ha dimostrato una straordinaria capacità di delinquere e nessuna autentica volontà di redenzione o di resipiscenza, mentre basta leggere il curriculum di Carminati per evincerne le gravissime potenzialità di turbamento dell’ordine e della sicurezza pubblica. E ne abbiamo avuto la conferma in quest’Aula, con le ritrattazioni clamorose di Grilli e Macchia”. Respinta anche l’istanza di richiesta per Brugia di poter recarsi in udienza senza l’accompagno della scorta.

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