Mafia capitale, Lacopo depone (ma cambia versione). Il benzinaio di Corso Francia: “C’è chi si è seduto in quest’aula e ha mentito”

di Beatrice Nencha

 

Mafia Roma: rifornita nave fantasma, frode da 7 mlnSono molto diverse le versioni rese (a distanza di un anno e mezzo) da Roberto Lacopo, tra gli imputati accusati dalla Procura di Roma di essere partecipe dell’associazione mafiosa capeggiata da Buzzi e Carminati. Basta confrontare il verbale redatto dopo la deposizione resa il 4 aprile 2015 davanti al pubblico ministero Luca Tescaroli, chiamato appositamente nel carcere di Teramo dall’imputato per rendere spontanee dichiarazioni; l’ultima versione, sempre in forma di dichiarazioni spontanee, è quella fornita questa mattina, sempre davanti allo stesso pm, stavolta nell’aula bunker di Rebibbia. Non più da solo ma davanti al tribunale presieduto dal giudice Rosanna Ianniello e agli imputati, inclusi i suoi presunti “sodali”, Riccardo Brugia, Massimo Carminati e Salvatore Buzzi, collegati in videoconferenza dalle rispettive carceri.

Cosa ha detto oggi Roberto Lacopo? Più o meno il resoconto delle sue vicissitudini è coerente con la deposizione registrata in carcere, alla presenza dei suoi avvocati Giannantonio Minghelli e Fabrizio Gallo. Ma sono le sfumature – e soprattutto il “non detto” – a fare la differenza. C’è un grande, e a tratti inquietante, scarto nello schema difensivo del gestore del distributore Eni di Corso Francia. Il quale addebita le sue condotte, derivate dall’essere riconosciuto da tutti i suoi clienti come “un tipo buono, troppo buono” (quindi un fesso), alla generale crisi finanziaria “che colpì sia me, anche per l’apertura delle pompe bianche, che numerosi dei miei clienti, che avevano difficoltà a pagarmi le fatture” nel corso del 2009/2010.

Tra gli altri dettagli, Lacopo racconta dello strano furto, avvenuto presso il piazzale della sua pompa di benzina, di una Porsche Cayenne turbo, “non assicurata”, di cui dovette restituire l’importo di 156mila euro “dopo aver perso una causa difeso dall’avvocato Naso”. Giosuè Bruno Naso è l’avvocato di Brugia e Carminati, ma è anche un altro cliente assiduo del distributore di Corso Francia, che Lacopo rivela di “fare accompagnare in ufficio, ogni mattina quando lasciava l’auto a lavare, e poi tornava da me a riprenderla”.  A questo debito, si aggiunge “un cartella Gerit da 48mila euro”, oltre a una serie di crediti non pagati, che il gestore tenta come può di nascondere alla moglie. Finché non si deve operare e la donna scopre “una forte esposizione debitoria”, senza però scoprire l’identità dei creditori.

Nella precedente versione, quella fornita in carcere e di sua spontanea volontà al pm, Lacopo dà una spiegazione precisa di come riuscì a venire a capo di questi debiti, che fa ammontare a 240mila euro: “Mi hanno derubato una macchina sull’impianto nel 2002, la causa è durata cinque anni.. ho perso la causa e ho dovuto pagare 145mila euro di macchina. Ecco da quando ho dovuto pagare questa macchina, ho cominciato ad avere problemi finanziari”. La sentenza di condanna è del 10 maggio 2010 e riguarda una causa intercorsa tra i gestori Lacopo e Giovanni Iozzelli e la Clinica Villa Rizzo srl. E dopo la sua operazione, Lacopo spiega ancora al pm: “mia moglie non sapeva del prestito che avevo avuto dal Brugia e quando lo venne a sapere (..) chiamò sia Ugazio Annalisa e Riccardo e gli disse che oltre lo stipendio lei voleva il patto di dare mille euro al mese del prestito che avevamo col Brugia”.

Eppure di questo prestito così “pesante”, nelle dichiarazioni rilasciate oggi davanti al tribunale, nelle parole di Lacopo, visibilmente scosso, non c’è traccia. Anzi, la sua nuova versione, a tratti, appare un’omissione o una gigantesca marcia indietro su quanto confidato in passato al magistrato: “Per uscire dai debiti, con mia moglie chiedemmo in banca un mutuo di 300mila euro ma dal prospetto veniva fuori una rata da 2500 euro al mese per 25 anni. Io allora avevo 50 anni ed ebbi paura”. Nemmeno un accenno al prestito concessogli dal braccio destro del Nero. Come nessun riferimento al fatto che Brugia, invece del rientro mensile dal debito, avesse fatto intendere di preferire un altro tipo di risoluzione: entrare in affari nel settore della gestione dei carburanti. Riportando al pm una frase del cognato, che avrebbe parlato con la compagna di Brugia Annalisa Ugazio, Lacopo avrebbe quindi appreso di queste mire imprenditoriali: “Guarda Robé, so che Riccardo c’è rimasto male perché tu hai preso questi due distributori e lui pensava che dicevi qualcosa, tipo di entrare in società e m’ha detto che c’è rimasto male”. Da quel momento, sempre secondo il suo racconto in carcere, cambiano anche i rapporti all’interno della pompa di benzina con quelli, ovvero Brugia e Carminati, che Lacopo descrive come dei normali ma più assidui “clienti” del suo distributore: “Da allora ho capito che c’era qualcosa..cioè che lui ce l’aveva con me (..) io volevo vendere la casa per restituirgli tutto, anzi ho visto nelle intercettazioni proprio che dice che mi doveva parlare, tipo che mi voleva menare, che mi voleva.. voleva avere un faccia a faccia con me”.

Uno scenario inquietante, quello tinteggiato da Lacopo davanti al pubblico ministero Tescaroli nel 2015, che fa a pugni con la rievocazione che lo stesso Lacopo ha reso oggi in aula a proposito dei presunti sodali dell’associazione mafiosa e suoi “casuali” avventori: “Dal 1992 ho questo impianto a Corso Francia e tra i miei primi clienti ci sono stati i commercianti di zona, tra cui Alessia Marini, prima che diventasse la compagna di Carminati, e Annalisa Ugazio, che assunsi quando fallì il suo datore di lavoro, una società americana di ciambelle, perché era una grande lavoratrice e con cui è nata anche una forte amicizia nei 15 anni che è stata la mia segretaria. Tramite lei ho conosciuto Brugia, un tipo allegro e scherzoso, malato come me per la Roma e con cui sono andato spesso allo stadio. Carminati l’ho conosciuto un paio di anni dopo, perché compagno di Alessia, mentre Calvio (Matteo, detto “lo spezzapollici”, imputato anche lui di 416 bis, ndr) era un mio cliente a cui piaceva arrivare in Ferrari, ma che poi si è rovinato con la droga e per questo cercavo  di procurargli qualche lavoretto. Da me passavano tutti i giocatori della Lazio, e vip come Califano e Gigi D’Alessio, ero conosciuto in tutta Roma e ho investito 20 anni di sacrifici, lavorando 364 giorni all’anno per 13 ore”.

Fino alla mattina del 30 novembre 2014: “Provai a chiamare Riccardo perché veniva al distributore ogni mattina e non rispondeva. Chiamai allora la Ugazio e mi disse, in lacrime, che era stato arrestato. Due giorni dopo mi arrivò  la misura cautelare e ancora oggi sono intercettato e video ripreso, ma faccio la mia vita di sempre. Nonostante alcuni testimoni sfilati in quest’aula abbiano mentito sul mio conto, in quanto erano loro stessi soggettiche all’epoca mi hanno truffato”.

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