Mafia Capitale/ “Pericoloso introdurre suggestioni nel processo” Intervista al procuratore generale Otello Lupacchini

 

di Beatrice Nencha

 

lupacchini_otello3– Partiamo da un processo che non la coinvolge direttamente ma che continua a far discutere: Mafia Capitale. Le ultime testimonianze di alcuni militari del Ros, chiamati dalle difese di Buzzi e Carminati, hanno escluso pratiche mafiose nel settore della pubblica amministrazione. Che idea si è fatto dai giornali e per la sua lunga esperienza di processi alla criminalità organizzata?

 “Chi ha fatto l’imputazione, a mio avviso non è stato lungimirante. Però io parlo sulla base dell’esperienza, che è la somma delle fregature prese. Ed io restai fregato con la Banda della Magliana, dove secondo me i criteri del 416 bis s’erano tutti realizzati: il sangue per le strade, la violenza, l’estromissione dal territorio di altre organizzazioni, insomma c’erano tutti i parametri. Il primo morto ammazzato aveva denunciato un’estorsione. C’erano stati i morti per sgomberare il territorio: da una parte Franchino er criminale, cioè Franco Nicolini, dall’altra i Pellegrinetti che vennero cacciati dopo uno scontro al Pincio. C’era il clan rivale dei Proietti, che determinarono una sorta di faida finché non furono eliminati. E il recupero di tutti i riciclatori, sul presupposto che non valeva la pena ammazzarli perché, se erano stati utili agli altri, potevano essere utili anche a loro. Ci fu la lotta interna e questo momento primigenio, l’omicidio Carrozzi (Sergio Carrozzi, ucciso con tre colpi di pistola nell’agosto del ’78 per aver denunciato un’estorsione, ndr), tramite il quale la Banda avevano inviato un segnale a tutti: qui comandiamo noi e nessuno deve osare ostacolarci, tanto più fare l’infame”.

– In quel periodo, a processo in corso, le strade della capitale furono insanguinate anche in pieno giorno

Quando il pentito Claudio Sicilia viene chiamato a confermare le sue dichiarazioni, prima di arrivare davanti a me, muore ammazzato. Chi sia stato non si sa, ma sicuramente la matrice di quell’omicidio erano i sopravvissuti della Banda. Morti ammazzati, successivamente, finirono anche i boss Enrico De Pedis e, prima di lui, Edoardo Toscano. Non solo. Quando venne arrestato Abbatino, ho evidenziato come si fosse attivato un meccanismo per farlo fuori prima che potesse rientrare in Italia ed eventualmente parlare. Quindi, se vogliamo vedere la forza di intimidazione del vincolo associativo, già allora c’era tutta. Nonostante la truculenza del fenomeno Magliana, la  Corte di Cassazione, non per tutti ma per Carminati, Nicoletti, Colafigli e qualche altro, disse che l’associazione c’era – perché non si poteva negare – ma che non era un’associazione mafiosa. Forte di questa fregatura, che significa aver fatto un’esperienza, di fronte all’imputazione nei confronti di soggetti sicuramente pericolosi, che nei loro trascorsi iscrivevano omicidi, violenza politica e via dicendo, è chiaro che la contestazione dell’associazione mafiosa aveva un senso. Ma un senso che deve essere determinato in via interpretativa”.

– Il nodo del processo Mafia Capitale è la configurazione dell’associazione mafiosa contestata dalla Procura di Roma ai principali imputati

“Per questo dico che bisogna tirare fuori dal 416 bis tutte le potenzialità interpretative e non ridurlo a un apparato di personaggi violenti, che intimidiscono in quanto tali. La mafia può esistere anche all’interno di un condominio. Abbiamo un testo legislativo che contiene tante norme quante sia possibile estrapolarne attraverso i criteri dell’interpretazione: l’interpretazione letteraria, quella teleologica, l’interpretazione sistemica perché va inserita nell’ambito di un sistema che deve essere coerente con ciò che normalmente accade e, soprattutto, deve essere aderente allo spirito della legge. Deve vedere qual è il bene protetto, come lo si vuole proteggere, da quale pericolo si vuole tutelare la società e perché l’associazione mafiosa è più grave,a d esempio, rispetto all’associazione ordinaria, o perché è diversa da quella diretta al traffico di stupefacenti, anche se tutte sono finalizzate a commettere reati. Ma l’associazione mafiosa ha anche altri fini: può esistere un’associazione mafiosa anche con finalità legittime, come può esistere un associazione mafiosa che, anziché commettere delitti di sangue o contro il patrimonio o delitti lucrativi, estorsivi o altro, tende a commettere reati contro la Pubblica amministrazione o contro l’amministrazione della giustizia”.

– Il maggiore Francesco De Lellis, che nel Ros si è occupato dei reati contro la pubblica amministrazione, ha dichiarato in Aula di non aver mai riscontrato l’associazione mafiosa nelle indagini svolte dal suo reparto

“Intanto non era l’ufficiale del Ros che doveva riscontrare l’associazione mafiosa, bensì doveva riferire i fatti. La qualificazione giuridica dei fatti spetta al giudice, neanche al pubblico ministero, perché il pm formula un’ipotesi ma poi la norma la crea il giudice. E’ il giudice che riceve i fatti, li ricostruisce e ne stabilisce il valore. I latini dicevano “dammi il fatto e ti darò il diritto”. Il che significa che gli ausiliari del giudice, tra cui la polizia giudiziaria come braccio operativo del pubblico ministero, devono limitarsi a riferire i fatti. La loro qualificazione non spetta né al maggiore né al pubblico ministero. L’ufficiale del Ros ha dunque espresso un’opinione e i testimoni non sono chiamati a farlo. Tranne testimoni particolari quali i consulenti tecnici, che riportano opinioni scientifiche, quindi controllabili, e non empatiche. Oggi tutti si sentono giusdicenti, ma di giusdicente nel processo vi è una figura sola, ed è il giudice. Inoltre nel rapporto pubblico ministero-polizia giudiziaria, l’interpretazione, non fosse altro che per il rapporto di gerarchia e funzionale, spetta al pubblico ministero e non all’ufficiale di polizia giudiziaria. Chiedere a costui di esprimere un’opinione, prima che ininfluente, è illegittimo sotto il profilo del divieto che viene fatto ai testimoni di esprimere opinioni e all’obbligo che essi hanno di riferire esclusivamente fatti”.

– Questa testimonianza non dovrebbe essere utilizzata, perché a monte inammissibile?

“Questa testimonianza a mio avviso è una suggestione inserita nel processo, che in qualche modo potrebbe anche condizionare un giudice, anche se dovrebbe trattarsi di un giudice dalla testa debole se si fa condizionare da una opinione espressa da chi non aveva titolo per esprimerla. D’altra parte, la bontà delle risposte dipende dalla bontà delle domande. E se io pongo domande che presuppongono un certo tipo di risposta, assolutamente ininfluente, non è una buona domanda. Di tal che, quella che viene data non è una buona risposta. Se l’ufficiale del Ros,  anziché dire “non ho riscontrato comportamenti mafiosi” avesse detto “ho visto in questi comportamenti l’esplicarsi di un metodo mafioso”,  la sua sarebbe stata sempre un’opinione ininfluente. Ribadisco: il valore di questi fatti lo deve attribuire il giudice. Quindi la domanda non era ammissibile, perché si è chiesto al teste di esprimere un’opinione e le opinioni non hanno accesso nel processo, anche se le opinioni finiscono col creare delle suggestioni”.

– Qualche avvocato ha subito rievocato il precedente di Cantone, che in qualità di testimone ha riferito in Aula di non aver riscontrato comportamenti mafiosi negli atti esaminati della Pubblica amministrazione

“Cantone, in quanto rappresentante apicale di un’Authority, deve prendere in considerazione i fatti nella loro essenza ed eventualmente la qualificazione di mafiosità discenderà dalla valutazione di qualcun altro, che non è l’Authority. Potrà ipotizzare o non ipotizzare, ma non per questo la sua ipotesi diventa vincolante, costitutiva. La stessa cosa dicasi della posizione di garanzia assunta dalla presidenza della commissione Antimafia nel momento in cui chiede all’autorità giudiziaria se siano ravvisabili elementi di mafiosità nel peana al clientelismo intonato dal presidente della regione Campania. La stessa cosa fa l’Authority, che recepisce dei fatti. Può anche tentarne la qualificazione nell’esercizio delle sue funzioni, ma nel momento in cui Cantone si presenta come testimone al processo potrà dire che gli sono pervenute denunce o segnalazioni dell’autorità giudiziaria sul carattere mafioso di certi comportamenti, relativi alla pubblica amministrazione. Oppure che ha investito l’autorità giudiziaria della relativa valutazione, ma il fatto che dica se c’è o non c’è mafia, di per sé è una dichiarazione processualmente ininfluente perché si risolve in una mera opinione”.

– Alla base, il tema è se la corruzione possa essere intesa, al pari della violenza brutale o dell’intimidazione, come uno strumento  atto a qualificare il carattere mafioso di un’associazione

“L’intimidazione può avvenire anche attraverso un atteggiamento minaccioso invincibile: poiché io vedo un numero di persone col coltello dalla parte del manico, unite nel perseguire un comune interesse, mi conviene mettermi contro di loro, potendo averne delle conseguenze sgradevoli, anche solo per il  rilascio di una concessione, l’invito a una gara d’appalto, e via dicendo. Come diceva Orazio, est modus in rebus. Ovvero, bisogna vedere come i fatti si sono esplicati. Mafia capitale forse sta patendo ora le conseguenze di un passo più lungo della gamba a livello mediatico. Il processo potrebbe rischiare di essere condizionato da questa predicazione dei fatti in termini di mafia, come potrebbe essere condizionato dalle suggestioni di opinioni dissenzienti, pur se irrilevanti processualmente. Il giudice non vive in una torre buia e anche le suggestioni possono avere un peso. Ecco perché non è mai opportuno fare processi di piazza, consentendo a qualsiasi “opinionista” di esprimere valutazioni che non hanno peso, ma che possono creare suggestioni pericolose”.

– Anche l’Operazione Colosseo che nel ’93 sgominò la Banda della Magliana fu all’epoca clamorosa, ed è inevitabile quando si arrestano personaggi come Massimo Carminati, il cui nome è diventato un brand che fa notizia ovunque appaia il suo nome. Dopo le parole del Ros, le difese hanno comprensibilmente esultato, ma i pm ribattono che intanto Carminati l’hanno arrestato e lo stanno processando, e questo è un fatto. A dispetto del clamore, secondo lei c’è un vulnus strutturale dell’inchiesta?

“Le indagini hanno portato ad emersione una serie di fatti e i fatti si connotano sia per una loro modalità di verificazione, sia per il modo di comportarsi di chi li ha posti in essere. Le leggi, le norme, sono lì apposta per poter predicare il tenore di questi fatti. Il potere di stabilire se un soggetto debba o meno essere punito è attribuito al giudice. Tutti gli altri sono comprimari: ci sono comprimari istituzionali, il pubblico ministero e il difensore, poiché il processo è un atto di tre persone. Poi c’è anche un rumore di fondo che può distorcere la percezione di ciò che avviene ed è rappresentato da un’opinione pubblica che può essere manovrata anche da chi ha interesse ad evitare che certi atti si svolgano secondo le regole. Al netto del rumore di fondo, resta questo dialogo tra le parti, ognuna portatrice delle proprie ragioni, perché il giudice alla fine possa stabilire qual è la ragione”.

– Negli atti di Mafia Capitale emergono figure di primo piano della scena criminale italiana: da  Senese a Diotallevi, dai “reduci” della Magliana come Vitale ai presunti nuovi boss come De Carlo, fino a Mockbel e ai Casamonica. Una delle obiezioni è che questi nomi sono entrati come meteore nel processo, che poi si è ridotto alle sole indagini sulle attività di Buzzi e Carminati, lasciando per strada tanti altri nomi..

“Il processo non ricostruisce fenomeni epocali o storie complesse, ma si risolve ad accertare se talune persone hanno commesso un certo reato e se questo reato può essere stato commesso da più persone insieme, o non essere mai stato commesso, o se potrebbe trattarsi di un diverso tipo di reato. Se sulla scena del processo sono passate delle “meteore”, possono aver creato anch’esse delle suggestioni ma non sono i desideri che il processo deve soddisfare. Il processo tende semplicemente ad accertare l’esistenza in capo al giudice del dovere di punire. Questo non dipende da quanti e quali persone sfilino nel processo e da quanti e quali persone assumano una veste processuale in quel “discorso a tre” di cui parlavamo. Ma dipende dai fatti che vengono portati all’attenzione del giudice. Che vi siano state delle persone che “di striscio” sono sfilate nel processo, e poi ne sono uscite con l’archiviazione, non significa che i fatti portati al processo non sussistano, o che cambino di valenza considerata la loro oggettività. Tutto dipende da quella che sarà la norma, che ricaverà il giudice dai testi di legge, per predicare il valore di quei fatti. Che poi uno ne sia uscito con l’archiviazione, o che determinati fatti non siano stati ritenuti provati e si sia preferito chiederne l’archiviazione, questo non dovrebbe incidere sulle valutazioni del giudice, che si esprimerà solo sulla base delle prove, e non delle suggestioni, che gli vengono messe a disposizione”.

– Il procuratore aggiunto Paolo Ielo, che in Aula rappresenta la pubblica accusa, ha detto in una recente intervista che è un azzardo portare delle inchieste a processo, se non si è certi di arrivare alla condanna

“Il senso dell’archiviazione è proprio questo. Si chiede l’archiviazione allorché, in base alle prove di cui si dispone, non si abbia la certezza che queste possano essere sufficienti a che si arrivi all’esito che dovrebbe essere quello del processo, ovvero l’accertamento positivo dell’accusa formulata”.

– Le 116 archiviazioni chieste dai pm per Mafia capitale non rappresentano un punto di debolezza?

“Le richieste di rinvio a giudizio destinate a germinare processi morti, o destinati ad abortire, sarebbero un punto di debolezza. Se correttamente ritengo, come pubblico ministero, pur sussistendo elementi che mi fanno sospettare che vi sia un reato, di non avere le prove per poter dimostrare che quel reato è stato commesso o che a commetterlo sia stata quella persona e non un’altra, è doveroso che archivi. Ma l’archiviazione non significa la pietra tombale su quella proposizione accusatoria. Significa semplicemente che, al momento in cui la chiedo, non ho possibilità ulteriori di ricercare prove che mi consentano di rovesciare la prognosi infausta sul processo. Se nel frattempo emergono nuovi elementi, potrà esserci una diversa valutazione dei fatti e quindi prospettarsi l’ipotesi concreta che per quei fatti si possa giungere all’affermazione di penale responsabilità. E’ un’assunzione  di responsabilità quella di chiedere l’archiviazione e di credibilità del pubblico ministero. Sarebbe un pm avventato, per non usare altri termini, chi non lo facesse.

– Il fatto che Carminati, in video collegamento dal carcere di Padova, sia tornato su questioni come il furto al caveau di piazzale Clodio, è legato al contingente oppure, come sostiene l’Espresso, starebbe lanciando messaggi cifrati, rivolti a interlocutori al di fuori del processo?

“Tutto è possibile. Se sono dei messaggi potrà dirlo solo chi ne è l’eventuale percettore. Altrimenti ci troviamo di fronte a un’autoaccusa a costo zero. Carminati per quei fatti è stato processato, può avvalersi del richiamo a quei fatti per dire “non avevo bisogno di”, in quanto avevo già ciò che mi serviva. Questa mi sembra la sintesi. Se il richiamo al furto dentro al caveau sia funzionale a dire che non c’erano solo documenti ma anche soldi, “per cui non andate a chiedervi le ragioni della mia ricchezza che nasce da quei denari”, avrebbe un senso. Se invece il suo precisare che con i documenti c’erano i denari servisse a ribadire “guardate che comunque i documenti c’erano”, allora potrebbe essere letta in modo diverso. Ma la decriptazione dell’eventuale messaggio è possibile solo a chi ne sia il destinatario. Altrimenti si tratta di una semplice ammissione. L’unica cosa di cui possiamo essere certi è che, nella sua ottica difensiva, Carminati ci dice che non aveva bisogno dei soldi della cocaina per arricchirsi, in quanto ero già ricco di suo”.

– Dalla Banda della Magliana al Madoff dei Parioli, dalle stragi alle tifoserie ultras presenti anche in Mafia capitale, passando per i sequestri patrimoniali milionari a personaggi quali Enrico Nicoletti e Ernesto Diotallevi, lei conosce a fondo il tessuto della criminalità organizzata italiana e romana. Che tipo di criminalità domina oggi la Capitale?

“Il problema non è quale tipo di criminalità ci sia a Roma, perché potrebbe non esserci mafia ma qualcos’altro. A me preoccupa, di fronte a tutti questi fenomeni elencati, lo strisciante ricorso al ricatto da parte di gruppo più o meno organizzati: ti devasto lo stadio così non ti consento di giocare, oppure farò mettere leggi draconiane così allo stadio non ci verrà nessuno. Sembra una banalità ma è una cosa seria, perché pur di realizzare interessi contingenti non si esita a mettere in moto meccanismi che manipolano l’ordine pubblico creando situazioni di allarme per la collettività”.

– Alla luce della sua esperienza, con quale esito ritiene che si concluderà il processo Mafia Capitale?

“Non è il mio compito fare predizioni: questo è un processo sub judice, dove le suggestioni sono già tante e non vorrei introdurne di ulteriori. Su come andrà a finire, le rispondo come i latini: Habent sua sidera lites. Ovvero, ci vorrebbe la zingara..”

Mini biografia

Otello Lupacchini è in magistratura dal 1979, da sempre sui fronti caldi della criminalità organizzata, comune, politica e mafiosa. Si è occupato, tra gli altri, degli omicidi del pm Mario Amato, del banchiere Roberto Calvi, della strage di Bologna e della Banda della Magliana. Attualmente è sostituto procuratore generale della Procura presso la Corte d’Appello. E’ autore di vari saggi e del best seller “Banda della Magliana” (Koiné Nuove Edizioni). Per la stessa casa editrice ha pubblicato di recente “In Pessimo Stato” scaricabile in E-Book.

 

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