Roma/Mafia Capitale: il Ros De Lellis: “Non riscontrai l’associazione mafiosa”. Carminati: “Ho usato i soldi del Caveau ma mai coinvolto nel traffico di cocaina”

di Beatrice Nencha

 

006“Dalle nostre investigazioni non sono emersi riscontri dell’associazione mafiosa”. Lo ripete più volte, in risposta alle domande incalzanti dei difensori di Massimo Carminati, Riccardo Brugia e Salvatore Buzzi, un ufficiale dei Ros, il maggiore Francesco De Lellis, ascoltato ieri nell’aula bunker di Rebibbia, dove per l’occasione ha deposto, per oltre due ore, in qualità di teste delle difese. Schermato da due grandi pannelli che ne oscuravano completamente l’immagine, De Lellis ha rievocato la sua esperienza investigativa al Ros, in particolare come comandante del secondo Reparto investigativo dei carabinieri, che nel procedimento Mafia Capitale si è’ occupato di criminalità economica e reati contro la pubblica amministrazione.  De Lellis, dal 2000 al gennaio 2016 nel Ros, non si è occupato solo dell’indagine “Catena”, come inizialmente fu ribattezzata l’inchiesta che diventerà poi (cambiando tutti i protagonisti) “Mondo di Mezzo”, ma anche di altri procedimenti precedenti o paralleli: Finmeccanica, Breda Menarini, Arc trade, gli appalti tra Enav e Selex  e, soprattutto, l’indagine Digint srl (un troncone delle “frodi carosello” Telecom Sparkle/Fastweb), dove in un’intercettazione ambientale captata tra Gennaro Mokbel e la moglie Giorgia Ricci, gli inquirenti credono di individuare, nel soprannome “er pirata”, un riferimento in codice a Massimo Carminati.

A gennaio/febbraio 2010 inizia il procedimento Digint, da cui emerge la proprietà di una villa a Sacrofano, acquistata da Marco Iannilli e nella disponibilità di Carminati e della compagna Alessia Marini. “Avevate bisogno della fonte confidenziale del 2011 o già sapevate che Carminati abitava in questo immobile di Iannilli” chiede l’avvocato Giosuè Naso al maggiore. “Iannilli era indagato sia per Enav/Finmeccanica che per Breda Menarini, ci occupavamo del reimpiego da parte di Iannilli dei proventi illeciti provenienti dall’indagine Dingit. Però da parte nostra non abbiamo trovato il motivo per cui Carminati occupasse la villa di Iannilli, oltre al contratto di affitto” ammette De Lellis, che ricorda come non abbiano dato riscontri nemmeno gli appostamenti davanti al negozio di abbigliamento Blue Marlin, cosi come i legami di Carminati con uno dei soci del ristorante “Celestina” ai Parioli, ritenuti inizialmente dagli inquirenti dei veicoli societari per attività di riciclaggio svolte da Carminati e da Gianluca Ius, che poi uscirà subito dall’inchiesta anche perché, come ricorda il pubblico ministero Paolo Ielo, nel 2013 verrà arrestato e processato  insieme a Marco Iannilli per la bancarotta da 15 milioni di euro della società Arc Trade srl.

Altro capitolo scandagliato dalla difesa del Nero sono gli appalti pubblici – “i lavori buoni” che sarebbero stati girati alle coop di Salvatore Buzzi dal “ciccione”, di cui si parla nella famosa intercettazione ambientale del 13 dicembre 2012 al bar di Vigna Stelluti (ribattezzata il “Manifesto programmatico” dell’associazione, ndr) – che Riccardo Mancini, all’epoca amministratore delegato dell’Eur spa, avrebbe assegnato alla cooperativa 29 Giugno tramite la società Marco Polo, di cui Buzzi era creditore prima di finire arrestato.

C’è un’informativa del Secondo reparto Investigativo del Ros, del 22 dicembre 2014, che ricostruisce i legami tra Eur spa, le coop di Buzzi e la Marco Polo. L’avvocato Naso chiede conto di quegli accertamenti, eseguiti prima dell’arresto di Mancini nel 2013: “Tra dicembre 2012 e il 10 febbraio 2013 vorrei sapere cosa avete accertato, perché da queste intercettazioni si è arrivati all’ipotesi di associazione mafiosa”. Domanda rivolta al teste, che ammette di aver seguito solo l’aspetto “dei reati patrimoniali e i rapporti con la pubblica amministrazione”, ancora più esplicitamente dalla presidente del Tribunale, Rosanna Ianniello: “Lei ha riscontrato reati di tipo mafioso nella pubblica amministrazione?”. “No” la risposta secca di De Lellis, che fa esclamare ad un altro difensore, Cataldo Intrieri avvocato di Carlo Maria Guarany, “Questa fa il paio con Cantone”, mentre in aula si scatena un duello verbale con la Procura e uno dei detenuti dalle sbarre grida: “E noi siamo due anni che stiamo qui!”.

Naso rievoca ancora il Manifesto programmatico per il riferimento che si fa a delle “steccate”, ma il maggiore sconfessa anche questa ipotesi: “Nel processo Breda Menarini sì, ma in questo procedimento non mi risulta”, mentre rivolto a un giornalista il pm Cascini rievoca la “stecca para” della Banda della Magliana. “Il capitano Mazzoli ipotizzò delle tangenti per Mancini”, incalza Naso. “Non mi risulta il pagamento di tangenti verso Mancini”. E ancora, sulla preoccupazione espressa da Carminati per l’arresto di Mancini nello studio dell’avvocato Dell’Anno, il maggiore dei Ros è lapidario: “Non ricordo se fosse emerso l’interesse di Carminati in questa storia ma non è emerso nulla di concreto. Da agosto fino a marzo 2013, e dopo anche in carcere, Mancini fu sempre intercettato”.

E dopo Naso senior, tocca alla figlia Ippolita Naso incalzare l’ufficiale del Ros, che chiese un trasferimento dal reparto e se ne andò subito dopo gli arresti del 2 dicembre 2014, facendogli osservare: “Qui trattiamo di una ventina di appalti di tre Dipartimenti del Comune di Roma mentre solo sotto l’amministrazione Marino l’Anac ha ricontrato 10.498 procedure  con affidamento diretto. E come mai nella sua Informativa del 11 luglio 2014 non compare mai la parola “mafia”? Perché lei continua a chiamare questa associazione “sodalizio” e non usa mai l’aggettivo “mafioso””, forse perché poteva farlo solo l’Anticrimine?”.

L’avvocato Alessandro Diddi, difensore del patron della 29 Giugno, ricorda come il nome di Buzzi entri nell’inchiesta solo nell’ottobre 2012 e chiede conto del perché venga ritenuto un “associato”: “Avete trovato elementi penalmente rilevanti sull’affidamento e la gestione del campo nomadi di Castel Romano?” “In questa fase no”, la risposta di De Lellis, “il problema era relativo alla quantificazione dei nomadi quotidianamente presenti nel campo”. E anche Diddi insiste sul tasto del metodo mafioso: “Maggiore, Buzzi è mai intervenuto con atteggiamenti intimidatori per influenzare la Pubblica amministrazione?” “Buzzi si preoccupava solo di farsi restituire i soldi per i lavori che risultavano regolarmente eseguiti, non c’era uno stato di intimidazione di Mancini verso Buzzi anche se Buzzi ha riferito in diverse occasioni che i lavori al campo fossero pagati da Carminati”. L’avvocato di Buzzi, che dal monitor ascolta gran parte dell’udienza in piedi a braccia conserte, non indietreggia: “Per due anni avete tenuto sotto controllo le utenze di Buzzi e dei suoi collaboratori, avete mai  riscontrato l’uso del metodo mafioso?” Ancora una volta, nel gelo dell’aula, il maggiore De Lellis risponde con un secco “No”. “Buzzi ha mai fatto minacce ai concorrenti delle gare?” “No”.  “Ha mai ipotizzato di ricorrere alla violenza per risolvere le proprie vertenze?” “No”. Sempre l’avvocato Diddi insiste: “A luglio 2014, quando viene depositata la prima Informativa alla base poi degli arresti, qual era l’ipotesi di attività investigativa?”. “Investigare sui reati contro la pubblica amministrazione: corruzione, abuso d’ufficio, turbativa d’asta”. Domande che fanno perdere la pazienza alla Procura, con Ielo che invita a ricordare che “la polizia giudiziaria  segue le direttive che si danno in base alle iscrizioni”. “Lei ha mai detto alla Procura che Salvatore Buzzi faceva associazione a delinquere di stampo mafioso?” chiede infine Diddi rivolto al Ros. La risposta è un ulteriore “No”, che chiude una giornata del processo tra le più accalorate di sempre. A cui si aggiunge, nel pomeriggio, una dichiarazione spontanea di Massimo Carminati in video collegamento da Padova: “È ovvio dal 2002 da dove proviene la mia disponibilità economica. Se c’erano tutti questi dubbi sulla mia partecipazione al colpo del caveau di piazzale Clodio, potevano dirlo subito così mi assolvevano invece di condannarmi. C’erano tanti documenti in quel caveau, ma anche tanti soldi e io qualche soldo l’ho preso. Solo i carabinieri fanno finta di non capire da dove arrivi questa mia disponibilità economica, è ovvio». E sulle dichiarazioni appena rese in Aula da De Lellis, l’ex Nar interviene accalorandosi: “Il maggiore ha detto che tra le possibilità della mia disponibilità economica, c’era anche il fatto Grilli.  Però c’è stato il contro esame dell’avvocato Naso, il 12 aprile 2016, al colonnello Russo in cui si cita l’articolo sui “Quattro re di Roma” e il colonnello dice che le prime notizie sul mio coinvolgimento in qualunque traffico di stupefacenti sono dopo l’arresto, cioè  il 14 dicembre 2014. Io parlo dell’attività investigativa, che fino a dicembre 2014 non ha fatto emergere nulla sulla droga. Quindi nel 2012 nessuno poteva parlare di un mio coinvolgimento con la cocaina, il primo che ne parla è Grilli solo dopo il mio arresto”.

 

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