Carceri minorili, un problema ancora sottovalutato

della Dott.ssa Elisa Caponetti

2016-09-14_122717Le tensioni avvenute quest’estate all’interno del carcere minorile di Roma, Casal del Marmo, mi danno modo di affrontare un fenomeno diffuso cercando però di coglierlo nella sua complessità. Ovviamente quanto accaduto nel carcere romano, non è un caso isolato e non è neanche un fatto nuovo. Il problema degli episodi di violenza all’interno degli Istituti carcerari è fenomeno diffuso anche in altri capoluoghi e regioni d’Italia.

Ma ricostruiamo i fatti.

Il primo episodio è accaduto il 13 agosto nel reparto dove sono ristretti i detenuti dai 18 ai 25 anni. Gli occupanti di 4 celle hanno attuato un’azione di protesta contro gli agenti penitenziari.

Pochi giorni dopo, nel reparto femminile, le occupanti di una cella hanno incendiato lenzuola e materassi. Martedì 16, sempre nello stesso istituto, un agente è stato ferito perché intervenuto a sedare una rissa tra tunisini.

I sindacati hanno denunciato il sovraffollamento delle carceri, sono troppi i detenuti presenti. Lo hanno denunciato tutte le organizzazioni sindacali di categoria degli agenti di polizia penitenziaria, CISL, FNS e SAP.

Ormai da tempo si registra un’elevazione dei livelli di violenza e se pur le carceri accolgono più persone di quanto dovrebbero, non può limitarsi a ciò la spiegazione dei fenomeni di aggressività.

Altra cosa detta: problematico l’innalzamento dell’età fino ai 25 anni. È già, perché con la legge 117 del 2014 si è consentito di destinare nei penitenziari minorili anche reclusi fino ai 25 anni di età. Questo farebbe sì che l’ascendenza criminale dei maggiorenni condizioni i più piccoli che in alcuni casi vedono i più grandi come dei miti e per cui ciò farebbe scaturire il fenomeno dell’emulazione.

E poi è stata chiamata in causa la carenza di personale penitenziario o il carcere come fabbrica del crimine. O ancora, che questo è il sintomo di un mancato ascolto dei ragazzi detenuti e dei loro disagi. Per cui si parla della necessità di agire una rieducazione, ma al contempo anche una responsabilizzazione. Certamente tutte le possibili motivazioni chiamate in causa a giustificare atti di violenza, possono essere vere, anche se l’aggressività può essere favorita da alcuni fattori ma non da essi determinata.

Il punto però, è che in tutte queste possibili spiegazioni, non ho mai sentito nessuno che abbia detto e tenuto conto che è ormai in atto un cambiamento di tipologia dell’utenza carceraria, che non sta tanto nell’età ma nell’evoluzione criminale dei ragazzi oggi in Italia e dal disagio psichico di molti di loro, figli di seconda e terza generazione di immigrati .

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