Operazione Old Cunning, fotogrammi di un malato terminale: Roma

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di Alessandro Ambrosini

E’ quasi l’alba quando le macchine degli uomini della Dia di Roma si dirigono silenziose verso i loro obiettivi. Sono come i cacciatori che si avvicinano a una preda pericolosa, letale. Sono macchine con dentro nomi e cognomi che hanno lavorato notte e giorno, per anni, su un nome o su un volto. Dietro ai “mephisto” calati sul volto, dietro alla pistola d’ordinanza con il proiettile in canna, dietro a ogni sguardo c’è un pezzo di vita lasciato sulla strada o in qualche sala intercettazione. Tutto per poter dire che, anche oggi, il loro lavoro ha avuto un senso.

Deve essere iniziata così l’operazione Old Cunning. O almeno così lo immaginiamo.

2016-08-01_131940Sedici persone in manette salgono nelle macchine anonime della Dia, riconoscibili solo dalla sirena sul tetto e dalla paletta del Ministero dell’Interno sul cruscotto. L’aria è fresca mentre il sole si affaccia sulla Città Eterna

Sono sguardi ancora poco lucidi, impauriti, sorpresi quelli che guardano dal finestrino la loro casa allontanarsi. Sono sguardi che, secondo l’inchiesta iniziata nel 2012, hanno organizzato l’ennesimo, spregevole e criminale giro di “strozzo d’alto bordo” sotto la presumibile regia della ‘ndrangheta calabrese e spaccati di criminalità romana da sempre dedita al “lavoro” di cravattari.

LA CREPA NEL MURO CRIMINALE

Necessità, soluzione, interessi ed estorsione. Quattro parole che rappresentano gli step classici di chi viene stretto nella morsa usuraia di una piovra che a Roma muove milioni di euro ogni mese. E’ in questo ambito che gli investigatori della Dia sono riusciti a trovare, sentire e riprendere vittime e carnefici di questa inchiesta.

Segui i soldi e troverai la mafia insegnava Giovanni Falcone. Una lezione che gli uomini e le donne di questo organismo interforze, da lui stesso voluto, hanno fatto loro, alla lettera.

E’ infatti l’odore dei “soldi sporchi” ad attirare l’attenzione degli investigatori. Denaro che un pensionato, Antonio D’Angeli, movimentava in quantità ingenti per operazioni immobiliari fuori dalla sua portata finanziaria. E’lui il primo a finire nella ragnatela delle intercettazioni telefoniche e ambientali, ragnatela che porterà a scoprire una storia di usura, riciclaggio ed estorsione che racconta molto più degli arresti stessi.

GLI ATTORI PRINCIPALI

A muovere le fila, conto terzi, dell’organizzazione è un avvocato già arrestato nel 2015 e con un passato da maresciallo dei carabinieri, Benedetto Stranieri. Non è un semplice legale ma il filo diretto con una delle ‘ndrine che ha infestato l’Emilia per anni, la potente cosca Grande Aracri di Cutro.

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Nicolino Grande Aracri

E’ lui infatti il difensore del boss calabrese Nicolino Grande Aracri detto “Manuzza”, protagonista al maxiprocesso Aemilia a cui, a Bologna, la corte d’Appello ha assicurato 300 anni di carcere alle decine di affiliati alla cosca. Stranieri, dall’aspetto elegante e distinto si muoveva agilmente tra politici, presidenti di fondazioni, direttori di banca e criminali di strada.

Era la faccia presentabile e rassicurante, quello che poteva garantire che il livello di rapporti sarebbe rimasto nel “civile mondo di sopra”, anche se la verità aveva poi altri colori. Nel mondo dell’usura parole come ragionevolezza, comprensione, umanità sono parole vuote, nel mondo dell’usura comandano gli interessi che devi pagare, tanti e regolarmente.

Non si sporcava le mani Benedetto Stranieri, lo faceva fare a quel mondo di sotto che poteva garantirgli con le buone o con le cattive il risultato finale. Un risultato che lui stesso, probabilmente, doveva rendicontare all’ndrina di Cutro. Un “padrone” con cui non scherzare.

E’ in questo organigramma che si inseriscono personaggi come Roberto Castroni che ad una delle vittime dice: «Giorgio il tuo comportamento non mi piace, voglio vedere se mi cerchi o ti devo venire a cercare». Avvertimento neanche troppo velato che il tempo dell’attesa è scaduto.

BANDA DELLA MAGLIANA, LA MAFIA DI GARANZIA

La Roma criminale che, anche questa volta, la Dia fotografa in maniera perfetta ha delle regole ferree che rappresentano la centralità e l’importanza della Capitale in questo ambito. Sono decine le cosche e i clan rappresentati a Roma, dalla camorra all’ndrangheta, dalla mafia siciliana alla Scu pugliese sono rappresentati tutti i nomi eccellenti della malavita. Tutti che operano in settori economico-criminali ben delineati, con zone di competenza e specializzazioni. C’è solo una cosa però che può garantire la “pax” negli affari sporchi, il coinvolgimento della mafia locale. Non le batterie di malavitosi che nascono e muoiono in qualche microzona di quartiere o che finiscono in carcere dopo un paio di stagioni, l’imprescindibile ormai sono gli ultrasessantenni che componevano la Banda della Magliana e i loro consociati del “Quadraro”, i Casamonica.

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Manlio Vitale

Quando parli di questi “monoliti del crimine” devi aver ben chiaro una cosa, i professionisti dello strozzinaggio sono loro. Se per il clan sinto è solo uno dei tanti business criminali, per gli ex affiliati della bandaccia è il pane quotidiano, il core business della loro esistenza.

In questo scenario, l’organizzazione sgominata la settimana scorsa, era inserita alla perfezione. Sono infatti alcuni ex affiliati della Banda della Magliana come Manlio Vitale detto “er Gnappa”, Giuseppe De Tomasi detto “Sergione”, il defunto Oberdan e anche l’ex cassiere Nicoletti a finire citati nelle pagine dell’inchiesta della Dia. Nomi storici che rappresentano e hanno rappresentato il mondo dell’usura per decenni. Molti degli ex di quella che fu una vera e propria holding del crimine sono oggi “cravattari” di professione, tutti rigorosamente in “affari” con aziende del Nord in difficoltà di liquidità. Una storia mai troppo conosciuta, simile a quella delle cosche ‘ndranghetiste che si aggirano tra i capannoni del nord-est per acquisire società tramite prestiti-capestro.

VITTIME INSOSPETTABILI 

Un mondo sporco quello creato dall’ex maresciallo dei carabinieri che con i soldi ha comprato la faccia pulita della capitale. Quella Roma perennemente abbronzata, patinata, con i colletti inamidati e i gemelli ai polsi. Quella Roma pulita e di apparente successo che però non poteva lasciar squillare il telefono due volte quando erano questi a chiamare, a sollecitare, a chiedere interessi e “favori”.

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Enrico Nicoletti

Un muro di omertà fragile quello dell’usura oggi, soprattutto quando la disperazione e la paura si fanno largo tra le vittime. E sono tanti i nomi finiti nel libretto degli strozzini e nelle intercettazioni: dal politico della Destra Antonio Aumenta a Giorgio Heller, presidente di Roma Capitale Investments Foundation, una fondazione che annovera fondatori del calibro di  Atac, Poste Italiane, Agenzia Spaziale Italiana, Associazione Italia-Cina, Bunkersec Corp, Esri Italia, Etika Solar, Partecipazioni SpA, Skyset, Spoleto Credito e Servizi, Valore Impresa. Tutti personaggi che il “prestito” potevano ripagarlo sempre, in qualche modo, sia con un classico interesse del 10%, sia con favori di vario genere.

LA BATTERIA DI COLLETTI BIANCHI

La struttura che faceva capo a Benedetto Stranieri era importante, organizzata ed efficiente. Tra le sue fila non solo bassa criminalità da intimidazione ma “batterie” di colletti bianchi composte da consulenti e direttori di banca compiacenti come Massimiliano Polidori della Banca delle Marche e Wladimiro Palaia, già direttore della Banca Popolare dell’Emilia Romagna. Gli uomini giusti al posto giusto, elementi fondamentali per cambiare assegni e riciclare denaro senza segnalazioni alla Banca D’Italia. Uno schema conosciuto dai tempi dei vari Nicoletti, De Tomasi e da tutti gli usurai di Campo de Fiori.

Se negli uffici con aria condizionata e poltrona in pelle si parlava giornalmente di come investire i proventi illeciti e a chi concedere proroghe, prestiti e incubi, in strada l’attività era gestita nei bar per schermare il passaggio di soldi. Era in questi esercizi pubblici che la vittima consegnava l’assegno a garanzia per essere cambiato in banconote sonanti. Prassi consolidata dai cravattari romani, che mai vogliono toccare direttamente contanti e titoli ma lasciano l’incombenza a questi “cassieri” con il grembiule, sempre sotto il severo controllo di uno dei “tiracrediti” che, se non paghi, te lo ritrovi fuori dal posto di lavoro o sotto casa. Un sistema che funziona in ogni quartiere di Roma, una processione continua a fine mese, quando tutti gli “strozzati” devono portare gli interessi senza neanche un caffè offerto.

IL MISTERO DEL PALAZZACCIO

Oltre ai ventotto indagati e ai sedici arrestati nell’inchiesta del Centro Operativo della Dia di Roma, c’è di più. Quando un operazione di questa portata viene sviluppata negli anni, la probabilità che nel corso di essa vengano aperti altri filoni d’inchiesta è sempre altissima. Nel corso delle intercettazioni a Benedetto Stranieri sono delle telefonate con la sorella Lucia, anch’essa avvocato, a finire sotto l’occhio degli investigatori. L’argomento è la cosca Grande Aracri e le pressioni da esercitare su un giudice della Cassazione per un procedimento che vedeva interessati gli ‘ndranghetisti di Cutro.

A leggere le intercettazioni sembrerebbe una modalità consueta e facile tanto da far dire alla sorella: «Glielo puoi anticipare che va tutto bene, io ho fatto quello che dovevo fare, l’ho fatto bene per l’ennesima volta digli ai signori». Ed effettivamente la sentenza interessata venne annullata con relativo rinvio. Ma chi è il giudice o il cancelliere che ha permesso questo? Il Palazzaccio è così permeabile nei confronti del crimine organizzato? Nulla si può escludere anche se mancano i riscontri effettivi.

FOTOGRAMMI DI UNA CITTA’ MALATA

La cosa certa è che questa inchiesta non è solo uno scacco all’usura, è una fotografia chiara e forte di come la Capitale sia completamente intrisa di malaffare. Non bastava Mafia Capitale a mostrare al mondo quanto siano sovrapposte società civile e criminalità organizzata soprattutto a Roma. Sono continui i segnali che portano a fare di una congettura dei fatti reali come i sequestri al clan Fasciani e al porto di Ostia o l’arresto dell’ex dirigente del commissariato ostiense, Antonio Franco. Al servizio del clan Spada a fronte del pagamento dell’affitto dove si incontrava con la sua amante. Si potrebbe andare indietro di qualche mese e di qualche anno per vedere come tutto gira intorno ai soliti nomi, alle solite ghigne sprezzanti. Sicuri che la parola mafia a Roma non sarà mai riconosciuta come aggravante.

2016-08-01_132308E’ l’impegno costante e senza tregua di uomini e donne della Dia, dello Sco, del Ros, del Gico a tenere ancora alta l’attenzione di questi fenomeni. Sigle dove trovano spazio occhi che guardano fino a perdere la vista, schiene che si spezzano in estate e in inverno, col sole o con la pioggia senza straordinari, senza gratifiche, senza ricambi adatti alle esigenze di un fronte di guerra sempre più ampio. Perché non è solo contro il terrorismo la guerra sotterranea che si combatte oggi. Ogni giorno eserciti invisibili di criminali si fanno largo come lupi tra le pecore, con la connivenza, spesso, del pastore. Distrarsi o sottovalutare questi fenomeni è letale, per oggi e per il domani.

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