Banche al microscopio. Nell’occhio del ciclone finisce la ferrarese Carife

2016-07-14_105154

Continua incessante il lavoro delle Fiamme Gialle dentro al mondo bancario. A finire dentro l’occhio della Guardia di Finanza è oggi la Carife e il suo aumento di capitale di 150 milioni di euro avvenuto nel 2011. Le perquisizioni in atto interessano la banca ferrarese, una società controllata e altri quattro istituti di credito che hanno partecipato all’operazione.

Le perquisizioni sono state eseguite da militari del Nucleo pt di Ferrara con l’ausilio di unità specializzate in computer forensics and data analisys dei Nuclei pt di Bari, Bologna, Brescia, Forlì e Udine. Le indagini, tuttora in corso, sono state avviate nel febbraio 2015 dal Procuratore della Repubblica di Ferrara, Dr. Bruno Cherchi, e hanno visto: – l’acquisizione da parte delle Fiamme Gialle ferraresi di una imponente mole documentale presso l’Istituto di credito estense, sulle ipotesi di reato di falso in prospetto ex art. 173-bis del D.Lgs. 24.02.1998 n. 58 (T.U.F.), aggiotaggio ex art. 2637 c.c., ostacolo all’esercizio delle funzioni delle autorità pubbliche di vigilanza ex art. 2638 c.c.; – l’audizione di numerosi testimoni fra cui dirigenti e funzionari delle Autorità di vigilanza.

L’intervenuta dichiarazione dello stato d’insolvenza di CARIFE da parte del Tribunale di Ferrara, in connessione alle evidenze d’indagine concernenti l’operazione di aumento di capitale ha condotto gli inquirenti a rivalutare i medesimi fatti nell’ambito della disciplina fallimentare, specificamente in relazione al combinato disposto degli artt. 216 e 223 L.F. In tale contesto i fatti oggetto di contestazioni riguardano, fra l’altro, il disvelamento, in sede di indagine, dell’esistenza, seppur mediata, di una reciproca sottoscrizione di azioni tra CARIFE da un lato e gli istituti Banca Popolare di Bari, Banca Popolare di Cividale, Banca Popolare Valsabbina e Cassa di Risparmio di Cesena dall’altro; i predetti istituti di credito sono intervenuti nella succitata operazione di aumento di capitale di CARIFE nella misura complessiva di oltre € 22.800.000, col risultato che la reciproca sottoscrizione ha annullato, per il medesimo importo, l’incremento di capitale.

La sottoscrizione reciproca di azioni (vietata ex art. 2632 c.c.) si verifica quando una società sottoscrive o acquista azioni appartenenti ad altra società la quale è contemporaneamente socia della prima società. Nel caso in questione, a causa della sottoscrizione reciproca, la stessa somma, nella misura della reciprocità, ha concorso a formare il capitale sociale delle banche intervenute col risultato che al capitale così formato non è corrisposto un patrimonio effettivo. Tale condotta oltre a rilevare ai fini del già contestato reato di aggiotaggio (di cui all’art.2637 c.c.) integra anche quello di formazione fittizia di capitale di cui all’art. 2632 c.c., richiamato dall’art. 223 della legge fallimentare, conducendo così all’incriminazione per bancarotta.

In conseguenza sono stati indagati i componenti pro-tempore del C.d.A. e del collegio sindacale di CARIFE, di una società “veicolo” utilizzata da CARIFE nella reciproca sottoscrizione di capitale oltre ai vertici pro-tempore degli istituti di credito partecipanti e ad un dirigente di una società di revisione. A tali 21 soggetti, in relazione alle diversificate condotte e responsabilità, sono state notificate specifiche informazioni di garanzia. Nel corso delle perquisizioni sono state notificate alle 6 persone giuridiche coinvolte avvisi inerenti la responsabilità dei predetti enti per gli illeciti amministrativi dipendenti da reato ex L. 231/2001.

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