Mafia Capitale/ Cassia e Grilli in Aula, ecco chi ha paura di Carminati

2016-06-15_113913Lo skipper romano revoca il legale (e rinvia la deposizione), il pentito siciliano racconta come Carminati fornisse le armi alla sua organizzazione

di Beatrice Nencha

Malori, revoche dei difensori e una sfilza di “non ricordo”. Va in scena di prima mattina, come un copione già visto, la deposizione dei due “super pentiti” di Mafia capitale: Roberto Grilli e Sebastiano Cassia. Anche se il paravento in legno è stato montato nell’aula bunker di Rebibbia con largo anticipo, quasi a rassicurare che tutto è stato predisposto per far svolgere l’audizione (già saltata lo scorso aprile, ndr) nella massima sicurezza, i colpi di scena oggi non sono mancati.

Il primo dei due testimoni chiave, lo skipper romano arrestato mentre trasportava 503 chili di cocaina a largo della Sardegna, si è presentato in Aula al termine di una lunga diatriba tra il suo legale, l’avvocato Alessandro Capograssi, i pm Luca Tescaroli e Paolo Ielo e il difensore di Carminati, Giosuè Bruno Naso, riguardante lo “status giuridico” con il quale avrebbe dovuto deporre e le protezioni accordate. Grilli, imputato in un altro procedimento per traffico di sostanze stupefacenti, avrebbe voluto essere sentito ai sensi dell’articolo 210, ovvero con la facoltà di non rispondere e l’accortezza di rimanere schermato dal divisorio, protetto così dagli sguardi di Massimo Carminati e Riccardo Brugia. Sulle cui attività criminali – in particolare l’usura e il coinvolgimento dell’ex Nar nel traffico di droga, circostanza sempre negata dal Nero – avrebbe dovuto riferire, confermando le dichiarazioni rese nell’interrogatorio del 9 maggio 2012 davanti al sostituto procuratore Giuseppe Cascini.

Ma alle 10 e mezza, quando finalmente guadagna il banco del testimone, a Grilli non resta che prendere atto che la sua deposizione avverrà in modo totalmente diverso da quanto si era immaginato: in qualità di “testimone assistito”, come gli ricorda il tribunale presieduto da Rosanna Ianniello, ha l’obbligo di rispondere a ogni domanda e la sua mimica deve essere visibile ai difensori. Con un colpo di scena, revocando il mandato al suo legale, il primo pentito di Mafia capitale prende la parola, ma solo per spiegare tutta la sua frustrazione: “Presidente, io non riesco fisicamente a rispondere alle domande. Sono qui per rispetto alla corte, anche se fino a ieri sono stato ricoverato per una crisi asmatica. Ho avuto una vita molto disagiata: facevo l’immobiliarista ma dal 2014, quando sono finito sui giornali come “lo skipper di mafia capitale”, ho perso il lavoro, mi hanno sfrattato da casa e vivo all’addiaccio. Oggi sono stato convocato con modalità diverse da quelle assicuratemi, mi assumo la responsabilità di tornare con un altro avvocato”.

Il tentativo di rinvio dell’udienza non riesce invece a Cassia, che testimonia dietro al paravento in quanto sentito come collaboratore di giustizia. Siciliano legato alla cosca dei Santapaola, Cassia è chiamato a riferire sul presunto coinvolgimento di Carminati nella fornitura di armi per delle rapine in banca avvenute nella capitale. Alla prima domanda del pubblico ministero sul perché abbia deciso di collaborare, va in scena una sorta di déjà-vu: “Presidente, mi sento male, non capisco cosa mi sta dicendo il pm, è da stamattina che ho chiamato il medico, non riesco a smettere di vomitare”. Accertato dai sanitari del 118 che i suoi valori sono nella norma, la deposizione prosegue per un’ora, interrotta da un’unica pausa per disturbi intestinali. Cassia ricostruisce, inciampando in diversi “non ricordo”, il sodalizio tra “il Nero”, alias Carminati, e un suo ex compagno di cella a Sulmona: “Nicola Pirone mi confidò di alcune rapine fatte con personaggi di destra, a cui Carminati forniva le armi. Anche il mio capo, Benedetto Spadaro, era molto amico di Massimo, diceva che aveva questo sodalizio per le armi, mi mostrò dei kalashnikov che abbiamo trasportato. Nel 2000 ho trascorso un periodo a Rebibbia con Carminati, che era dentro per l’omicidio Pecorelli, e anche se non avevamo rapporti l’ho visto parlare in carcere con Michele Senese e so che era in contatto con Massimiliano Colagrande, detto “small”, per il recupero crediti”.

Di contro all’impassibilità di Carminati collegato dal carcere di Parma, risalta la mimica plateale del suo braccio destro, Riccardo Brugia, che non riesce a smettere di agitarsi per tutto il tempo della deposizione. A parlare per loro, inchiodati dai dall’accusa di associazione di stampo mafioso, è l’avvocato Naso a fine udienza: “Ho chiesto alla casa circondariale di Rebibbia di ottenere riscontro dei periodi di permanenza di Carminati in quel carcere. Lui fu fermato il 14 dicembre 1999 non per la vicenda Andreotti, che era già stato assolto, ma per il furto al caveau di piazzale Clodio. Rimase a Rebibbia in isolamento dal 15 al 23 dicembre e poi fu tradotto a Spoleto. In quei 7 giorni non può aver visto Cassia e meno che mai aver chiacchierato con Senese”.

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