Editoriale/A Roma non si parla il “mafioso”

2016-06-14_121218Il pericolo incombe sull’inchiesta Mafia Capitale dopo la sentenza emessa ieri contro i “clan della spiaggia” di Ostia

di Alessandro Ambrosini

Sembra un grande show che va in replica da troppi anni. No, non si sta parlando delle solite trasmissioni o telefilm che vanno in onda durante il periodo estivo. Si parla molto più tristemente di Roma e della mafia. Una città da una parte e un cancro sociale dall’altro. Cosa accomuna l’una all’altra? Nulla, secondo la corte di Appello di Roma. E nulla la accomunerà mai finché le regole del gioco non verranno cambiate e aggiornate al nuovo modo di “fare mafia”.

E’ inquietante il segnale che ieri è venuto dall’Aula “Occorsio” di Piazzale Clodio. Un segnale che dovrebbe preoccupare non poco il Procuratore generale Pignatone e i magistrati che lo affiancano nell’inchiesta “Mondo di mezzo” alias “Mafia Capitale”.

L’aggravante mafiosa all’associazione a delinquere imputata a Carmine Fasciani, ai suoi accoliti e ai fratelli Triassi, non è stata riconosciuta. Il tutto con la conseguenza che, gli anni di condanna (badate bene, non prigione) si sono decurtati in modo significativo e che, in alcuni casi, gli “schiavettoni “si sono aperti per personaggi come i Triassi, rappresentanti diretti da anni di Cosa Nostra sul territorio.

Ma Ostia, qualcuno dirà, non è Roma o per meglio dire è una parte della capitale. Quella di cui ci si ricorda solo da Maggio a Settembre. Si, Ostia e Roma sembrano una matrioska. Una contiene l’altra. Peccato che il municipio ostiense sia stato commissariato per mafia visto l’influenza pesante, coercitiva e pregnante subita dal tessuto politico-istituzionale-economico da parte degli stessi clan (ora chiamarli in questo modo potrebbe risultare a “rischio di querela”) che la corte d’Appello, ieri, non ha riconosciuto come clan mafiosi.

Qualcuno può eccepire che il commissariamento per mafia di Ostia sia da implicare più a Mafia Capitale che alla mala ostiense. E’ vero, in parte. Se andiamo però ad analizzare le inchieste che riguardavano i clan Fasciani -Triassi e Mafia Capitale non possiamo non notare che:

  • Entrambi sono partite e sono sfociate in un primo grado (nel caso dei “clan della spiaggia”) con il pesante e giustificato fardello dell’aggravante mafiosa
  • Che i clan Fasciani-Triassi e Spada hanno operato con tutti i crismi dell’associazione mafiosa tramite un controllo del territorio marcato ed evidente, con l’uso della violenza, con la corruzione e l’intimidazione
  • Mafia Capitale, rispetto ai “clan della spiaggia” ha contorni molto meno marcati ed evidenti per quanto riguarda l’aspetto violento e intimidatorio ma molto più ramificato e impregnante sul lato corruzione. A Roma “er cecato” intimidiva con la nomea e il suo passato, a Ostia con calibro 38. Una differenza c’è.
  • Se ieri la corte d’Appello ha rigettato l’aggravante mafiosa per chi da decenni usa condizionare una “città nella città” con calibri di vario genere, cosa succederà quando nella stessa corte d’Appello si presenteranno decine e decine di colletti bianchi parificati a uomini di mafia?

Una domanda, quest’ultima, che non avrà una risposta positiva per chi pensa giustamente che la mafia a Roma esiste. E ne è impregnata.

Inizialmente parlavamo di un grande show e l’evidenza dei fatti ne conferma i tratti dell’intrattenimento puro. Banda della Magliana, operazione Anco Marzio, operazione Nuova Alba e probabilmente Mafia Capitale sono storie che si ripetono. Migliaia di uomini hanno indagato, ascoltato, pedinato e arrestato centinaia di persone con la certezza di essere davanti a dei fenomeni mafiosi. A una piovra che da decenni strozza la Capitale e di conseguenza un Paese intero. Da decenni, la risposta della giustizia giudicante non riconosce queste evidenze. Neanche quando è sangue che scorre sui sampietrini.

Non bisogna dimenticare che, se da un lato, i giudici sono costretti a sentenziare con leggi “vecchie”, rispetto al trasformismo della criminalità organizzata, dall’altro uomini delle istituzioni hanno sempre negato, anche davanti all’evidenza, la presenza mafiosa come imprinting nei fatti più sanguinosi.

Non si devono dimenticare i fatti di sangue che hanno coinvolto la Banda della Magliana, considerati come “al più rami di una grande albero” e per questo non affiancabili alla mafia con coppola e lupara.  Come non si deve dimenticare l’ex procuratore generale Capaldo affiancato all’ex prefetto Pecoraro, nell’anno in cui, contare i morti ammazzati a Roma, era pratica settimanale. La loro scellerata tesi era che tutto fosse da relegare a degli scontri tra piccole bande e che non ci fosse un disegno più ampio. Era l’annata 2011/2012 e l’inchiesta Mafia Capitale era già iniziata sottotraccia.

Oggi i Fasciani e i Triassi non possono più essere considerati formalmente clan mafiosi. Forse per questo la politica “lungimirante” non ha lesinato rapporti con loro, forse per questo chi dovrebbe cambiare le regole del gioco, non le cambia. Ironie.

La storia dovrebbe insegnarlo, e dal Veneto l’esempio è lampante con la Mala del Brenta (unica associazione mafiosa autoctona sopra il Po). La mafia non parla siciliano, napoletano, calabrese o pugliese. La mafia parla la lingua di chiunque si comporti con modalità mafiose. Riconoscerlo sarebbe già una vittoria.

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