Tatuaggi con i morti e armi nella cintola, la faida infinita delle micro-gang di Napoli

IL NOME DEL BOSS DEFUNTO TATUATO SUL PETTO

2016-06-08_005753Prima ancora che ad una immaginifica saga “gomorrista” le bande giovanili senza padroni che si affrontano alla periferia di Napoli con una ferocia proporzionale al disordine nel potere camorrista, seminando vittime innocenti con le cosiddette “stese” (sparatorie, in aria, a scopo intimidatorio, nei quartieri dei micro-clan avversari) sembrano rispondere in pieno alle regole di appartenenza e coraggio delle tribù urbane di Benjamin e somigliano più ai protagonisti de “L’Haine” di Kassovitz che ad una improbabile Scianel, solo che qui si spara e i segni distintivi sono tatuaggi che portano nomi di coetanei defunti, spesso giovanissimi boss. In questa foto sembra risvegliarsi dopo una notte brava vittima di una scherzo di amici Raffaele Cepparulo, 25 anni non ancora compiuti, una delle due vittime della sparatoria di Ponticelli. Invece provava ad essere boss. La sua gang, detti “Barbudos”, prende a prestito un look giovanile che va tanto di moda: barba folta alla maniera dei fondamentalisti islamici, poi il corpo pieno di tatuaggi come le gang latine. Sulla pelle il nome di Antonio Genidoni, che non un amministratore di condominio (non è lo scherzo di cui sopra) ma è boss pure lui e il soprannome del fratellastro di questi, “Ciro ‘o Spagnuolo”, ucciso in un agguato il 7 gennaio 2015. Ci sarebbe anche la scritta Love, amore, solo che la L è raffigurata come una pistola e la O come una bomba a mano. Sulle spalle, l’immancabile Acab (All cops are bastards) acronimo caro agli ultras. Messaggi tanto feroci quanto lo è stata la risposta dei suoi avversari, che con lui hanno ucciso un 19enne incensurato a Ponticelli.

PROIETTILI SULLA PELLE 

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Non solo il nome del boss detenuto, anche i simboli della violenza. I proiettili innanzitutto.

IL MARCHIO DELLA GANG 

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Si tatuavano «Fraulella» sulla pelle per dimostrare la fedeltà assoluta al clan. Quattro giovani tra i 20 ed i 23 anni arrestati dai carabinieri nell’operazione condotta nei mesi scorsi al Rione Conacal alla periferia di Napoli hanno sul corpo il soprannome distintivo della cosca dei D’Amico, storico gruppo di fuoco alleato del clan Sarno.

IL CONTADINO MEDIOEVALE TRA LE PISTOLE 

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Bodo è il soprannome di Marco De Micco, giovane ed emergente capoclan di Ponticelli che gode tra i suoi di un’ammirazione sconfinata. Il nome Bodo è tolto da un personaggio dei cartoni animati. Si tratta di un contadino di epoca medievale

“RISPETTO FEDELTA’ E ONORE” 

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Rispetto fedeltà e onore. Anche i social network nelle pagine dei giovani aspiranti boss si riempiono di parole del genere. Succede spesso che poi il protagonista di tante foto-fashion in compagnia di bellezze di periferia che inseguono il successo assieme a imprenditori della moda o dello spettacolo della “terra di mezzo” che diceva il Carminati di Mafia Capitale, scompaiano. E la pagina si riempie della devozione, delle lacrime e ricordi “guerrieri” degli amici del giovane ucciso.

UNA FIRMA DISCRETA 

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Ancora una sigla per il giovane ed emergente capoclan di Ponticelli

IL TATUATORE (INNOCENTE) UCCISO 

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Il mondo dei tatuaggi interessa tantissimo ai clan. Fu deciso a Milano l’omicidio del tatuatore Gianluca Cimminiello. In un appartamento del capoluogo lombardo, dove il boss Arcangelo Abete era stato messo ai domiciliari formalmente per motivi di salute, per dimostrare la forza di un gruppo che di là a poco si sarebbe impegnato nella cosiddetta terza faida di Scampia. Eccolo il retroscena dell’omicidio di un uomo di 31 anni, un artista e un professionista nel suo genere, quello dei tatuaggi. Una storia per molti versi nota, che oggi si arricchisce grazie alla testimonianza della fidanzata della vittima, da cinque anni testimone di giustizia in località protetta, e al contributo di almeno cinque collaboratori di giustizia. Accuse culminate negli ordini di arresto a carico di Arcangelo Abete, 46 anni, capoclan di Scampia, ritenuto mandante dell’omicidio, che con questo delitto avrebbe inaugurato una nuova stagione di morte (la cosiddetta terza faida contro i girati della Vannella Grassi); ma anche a carico di Raffaele Aprea, 33 anni, ritenuto l’organizzatore e esecutore materiale del delitto di Cimminiello. Ma perché uccidere il tatuatore? Una decina di giorni prima della sua morte, Gianluca postò sulla sua pagina di facebook una foto con l’ex calciatore del Napoli Lavezzi, realmente scattata all’esterno dello stadio, ma presentata con un montaggio dal quale sembrava che il bomber fosse stato ospite nel laboratorio del tatuatore. Quanto basta a scatenare invidie da parte di un altro esperto del ramo, tale Vincenzo Donniacuo, tatuatore di Melito e amico di affiliati agli scissionisti. E’ a partire da questo scenario che ha inizio una sequenza di eventi culminati nell’omicidio di Gianluca, come ricostruito dai carabinieri della compagnia di Castello di Cisterna.

COME UN ATTORE, MA NON E’ STATO UN FILM 

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L’amore e l’ambizione. A condannare a morte il giovane Andrea S. – assassinato con tre colpi di pistola in una stradina di periferia mentre era in sella ad un potente scooter – potrebbe essere stata la violazione di regole non scritte dai vecchi clan e guai a fare il passo più lungo della gamba. Qui si fa ritrarre con una finta pistola dorata. Incensurato, 26 anni, dalla sua Scampia si era appena trasferito a Fuorigrotta. Sul suo profilo Fb saccheggiato dagli inquirenti oltre alle bestemmie contro il carabiniere condannato in primo grado che in questo quartiere ha ucciso un ragazzo continui richiami alla morte e alla possibilità di restare ucciso anche lui, ma formulati allegramente. Gli investigatori hanno spulciato tra diecine di commenti e battute gentili con le ragazze, il giovane che probabilmente stava ingaggiando una doppia vita si mostrava simpatico e niente affatto feroce. Posta molte foto di viaggi a Dubai, da terrazze vip dalla vista mozzafiato o in compagnia di una bellissima ragazza al suo fianco. «Peccato, che spreco», commenta un tizio elegante sul suo profilo, un amico di Andrea, quando questi viene ammazzato. Il 26enne non aveva alcun precedente ed era apparentemente estraneo a ogni collegamento ai clan, poi emergono un paio di storie che mettono i carabinieri in pista. Ma per Andrea, signor nessuno dalle periferie tanto simili a quelle de L’Haine di Kassovitz, le indagini hanno tempi molto lunghi, lunghissimi oppure eterni.

di LuMar per il Corriere del Mezzogiorno

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