Il Patto Veneto/ Super beffa o illusionismo? I titoli di una fuga annunciata

2016-06-10_001027Il 15 giugno del 1994,  tutti i maggiori giornali nazionali aprirono le prime pagine con l’incredibile fuga dal supercarcere di Padova. Cinque detenuti e un commando armato fino ai denti, senza colpo ferire, riuscì a beffare uno dei fiori all’occhiello del sistema penitenziario dell’epoca. L’obbiettivo della fuga era il boss di quella mala che sarà riconosciuta al pari di camorra, ‘ndrangheta e Cosa Nostra come l’unica associazione mafiosa del Nord, la Mala del Brenta con a capo Felice Maniero. 

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In quel martedì di giugno, la storia criminale di “faccia d’angelo”, cambiò radicalmente. Dall’istante in cui il commando entrò nel carcere Due Palazzi, e probabilmente anche prima, una parte dello Stato fatto di uomini in divisa e con la toga, giocò in coppia con il boss del piovese una partita a poker truccata. Quasi da illusionisti. Dove la posta in palio non fu solo la collaborazione per catturare il resto dell’organizzazione mafiosa. Probabilmente, su quel tavolo, la posta in gioco fu più alta e importante visto che cancellò omicidi e miliardi dal conto che il boss  non pagò mai allo Stato.

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Un porto delle nebbie, questo fu il Veneto in quel periodo. Una zona franca che, nella migliore delle ipotesi e visti i risultati, fu gestita nell’ambito della sicurezza in modo dilettantesco e paradossale. Nella visione peggiore fu solo il primo passo di una trattativa Stato-mafia che non ha usato papelli “siciliani” ma fatture e riciclaggio silenzioso in una regione che visse un boom economico clamoroso, forse troppo clamoroso.

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Questi titoli di giornale rappresentano bene il clima del giorno dopo. Stupore, rabbia, punti di domanda, accuse generiche. Ingredienti che con il tempo, come vedremo, saranno il leitmotiv di questo Patto Veneto, che forse non è mai finito.

L’immagine della Mala del Brenta, così lontana dalla mafia che tutti conosciamo,  è stata la garanzia per la sottovalutazione dell’organizzazione stessa, a livello mediatico e sociale. Di ben altra gravità bisogna invece parlare quando a essere sorpresi, o beffati,  in quella fuga “impossibile” del giugno del ’94 sono state le istituzioni, tutte. Avvertite per tempo e con dovizia di particolari su chi sarebbe “volato via”.

Una distrazione volontariamente o involontariamente avvenuta sull’esistenza e sul potere della Mala( visto che tutti gli indicatori dello spessore criminogeno della mafia veneta erano ai massimi livelli),  ha portato come conseguenza una fuga clamorosa, dove le responsabilità furono di tutti ma pagò solo il direttore del carcere e nessun altro. Anzi, fu il trampolino di lancio per molti funzionari o ufficiali dell’epoca.

Beffa o illusionismo?  Lo vedremo nei dettagli. La cosa inquietante è che da quella fuga si inanellarono una sequenza di fatti misteriosi che certificarono un patto di non belligeranza tra il boss di Campolongo Maggiore e una parte dello Stato. Qual era il fine ultimo di tutto questo? Maniero fu solo un “pupo furbo” o anche un puparo di spessore in questo show che partì dalla fuga e finì con la cattura di Torino?

di Alessandro Ambrosini

 

 

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