Emanuele Macchi, un detenuto scomodo

2016-05-10_104255A lanciare questo drammatico appello è la moglie di Emanuele Macchi, un detenuto decisamente scomodo.

Signor  Direttore,

invierò a lei e ad altri direttori di testate questa mia lettera, sperando che qualcuno di voi, malgrado giornalista, uomo di potere, autorità mediatica, o qualsiasi cosa siate, abbia il coraggio e la ragione per dare seguito a questa mia denuncia.
Sono la moglie di un detenuto ristretto a Marassi, Genova. Non è un detenuto come tutti gli altri. Ha una storia antipatica, scabrosa, sgradevole. Il suo passato è costellato di altre detenzioni. È, per il pubblico che vi legge, un pregiudicato, un evaso, un delinquente, un condannato, uno che non ha mai chiesto scusa alle autorità. I suoi sedici anni di prigione li ha scontati in silenzio e dignità. Ha pagato il suo “debito” con il vostro stato, ma rimane a tutt’oggi una mela marcia, un pericolo sociale, un pregiudicato pericoloso.
Dopo quei sedici anni, ne sono trascorsi altri 15 di vita sociale- normale, e ora, di nuovo, è incappato nelle maglie della legge degli uomini. Ed eccoci di nuovo al punto di partenza. Colpevole o non colpevole, la vostra legge lo ha di nuovo condannato. E di nuovo sconta la sua pena in silenzio e dignità. Ma è intervenuto un fatto nuovo questa volta: la malattia.
Lui è già tutto “rotto” quando entra in carcere: pregresso cancro squamocellulare asportato alla testa, cecità assoluta all’occhio sinistro, gamba destra ridotta di quattro centimetri con conseguente difficoltà di deambulazione, osteomielite, discinesie e sospetta malattia demielinizzante, riconosciuto invalido al 100% dall’INPS.
Entra in carcere nel settembre 2014; sono passati un anno e otto mesi ad oggi. Pesava 70 kg, ora ne pesa 44! Io lo vedo mensilmente perché vivo in altra città, ed ogni volta lo trovo in condizioni peggiori. È su sedia a rotelle, non cammina più, il braccio sinistro è immobilizzato, ha le piaghe da decubito, sviene durante i colloqui. Non ricorda le cose dette un attimo prima, è pieno di lividi ed ematomi, il volto una maschera di dolore e sofferenza. Cade di continuo. Una volta lo trovo con un occhio nero, un’altra con i punti sullo zigomo, non riesce più a nutrirsi, soffre di disfagia e forse è anoressico. Le perizie si susseguono incessanti. Sclerosi multipla? Malattia demielinizzante? Sindrome di Tourette? Depressione maggiore? Malattia neurologica?
Compatibile? Incompatibile? Qualcuno dice sì, qualcuno (pochi) dice no, qualcuno non si pronuncia e vigliaccamente continua lo stolto e colpevole gioco degli “accertamenti-diagnostici”. Questo è il quesito  “giuridico-ottuso” cui è sottoposto da dieci mesi! Le perizie alla fine si pronunciano per l’incompatibilità con il regime carcerario. E il giudice che le aveva richieste e promosse, si “sente in dovere di disattenderle” e rigetta il differimento di pena. Così ha preso per i fondelli tutti quanti noi: mio marito che nel  frattempo si aggrava (il primo incarico risale al 25 novembre) i medici incaricati, i consulenti da noi nominati e pagati, i legali che lavorano al caso e noi familiari. Le condizioni di salute di mio marito peggiorano a tal punto che la stessa direzione sanitaria del carcere richiede un ricovero urgente il tre maggio scorso. Dopo quattro giorni lui è ancora in prigione in totale assenza di cure, neanche una flebo….in barba all’ “urgenza” dichiarata dai sanitari. Tutto ciò perdendo di vista il più elementare degli accertamenti, cioè quello obbiettivo.

Quello che io vedo, quello che tutti possono vedere: cioè un malato. Una persona sofferente, dolorante e quasi completamente inabile. Andatelo a vedere com’è ridotto mio marito. Abbiate il coraggio di scattargli una foto e paragonatela a quella di quindici mesi fa! Ho bisogno forse io della “diagnosi clinica” per capire che chi amo è gravemente malato? C’è bisogno di quel “nome” della malattia per certificare che un essere umano sta per morire? Queste sono sofisticazioni per menti perverse, non per quelle sane!
Io vedo sfuggirgli la vita dal corpo mese dopo mese, giorno dopo giorno. Una tortura per lui! Una tortura per me!
– la magistratura, gonfia del proprio potere, temporeggia le decisioni
– le associazioni umanitarie se ne infischiano perché “di casi come il suo ce ne sono milioni,signora…”
– il ministro di grazia e giustizia non risponde alle nostre lettere
– il buon Papa gesuita, neppure
– gli avvocati non contano più nulla davanti alla casta degli intoccabili
– i radicali si occupano dei casi mediatici che gli fanno comodo
– il ricorso alla corte europea, impiega due anni prima di essere preso in esame
Chiedo a voi se ancora avete un’ anima e dei  sentimenti: è questo il mondo che volete? Che Iddio vi aiuti come spero che aiuti mio marito e me.

Marinella
—–
La vicenda ha in effetti aspetti inquietanti:

il giudice che affida la perizia decide di non rispettare le conclusioni del perito d’ufficio che parla di assoluta incompatibilità con la detenzione
l’amministrazione penitenziaria non ha dato ancora seguito alla decisione del giudice di sorveglianza che ne dispone il trasferimento vicino casa il 2 maggio
il direttore del carcere di Marassi non ha dato seguito alle indicazioni del medico penitenziario che il 3 maggio ha chiesto il suo trasferimento urgente in struttura ospedaliera.
di Ugo Maria Tassinari ( http://www.ugomariatassinari.it)

 

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